Ansia: come facilitare l’aiuto?

Ansia: come facilitare l'aiuto?Sia che siate gli amici, i famigliari o i medici di una persona che soffre di ansia, ciò che vi suggerisco di fare, una volta accertato che realmente il problema non è di natura organico, è lo stesso: inviarlo ad un professionista. L’ansia è logorante e col passare del tempo rischiate di venirne fagocitati anche voi. E l’ansia per sua natura, non passa da sola!

Cosa fare concretamente quando ci rendiamo conto che la persona che ci sta raccontando i suoi malanni non ha nulla di organico, nonostante ci abbia chiesto mille volte di ascoltarlo, chiamandoci allarmato o presentandosi in studio troppo frequentemente spiegandoci con dovizia di particolari i suoi sintomi?

Sicuramente come in molti di voi già faranno è ascoltarlo mettendosi in qualche modo sulla sua stessa lunghezza d’onda. Provate a pensare al dramma di questa persona che in continuazione percepisce nel proprio corpo sintomi inesistenti, ma per lui “reali” e per questo invalidanti!

Solo che questa volta vi propongo di farlo in modo diverso e cioè dare ragione a chi avete di fronte, indagare ciò che sente, ma variare sul tema sul finale.

Ma andiamo per gradi.

Il primo passo consiste nel provare ad ascoltare (si proprio ascoltare, nuovamente, concedetemelo… inizia spesso tutto così), ma attivamente ciò che il paziente (amico, fratello, marito, cugino…) ci racconta, provando a rispondere con un: “Caspita! Ma quello che mi racconta è davvero interessante! Deve essere parecchio difficile convivere con ciò che sente!” o qualcosa del genere. L’obiettivo è far sentire alla persona che è seduta davanti a noi che siamo dalla sua parte e siamo sinceramente interessati a ciò che ha da darci (anche se forse sarà la trilionesima volta che lo vediamo nell’arco di una settimana e il nostro unico desiderio sarebbe quello di buttarlo fuori a calci per il tempo che forse sentiamo ci sta facendo perdere).

Quindi insomma, armiamoci di pazienza perché ciò che ho da suggerirvi può sembrarvi ancora peggio: per far sentire all’altro che lo state ascoltando fategli domande, ma domande che prevedano già la risposta. Del tipo: “Ma Le succede di più di mattina o di pomeriggio?” “Sente il cuore che pulsa più velocemente?” “Sente che è spesso più agitato?” “Prova molta paura ad uscire di casa da solo?”… Insomma domande di cui già conoscete ovviamente la risposta (solo per le volte che vi ha raccontato il suo problema), ma che fanno percepire all’altro la vostra competenza, che lo state comprendendo, che avete insomma capito molto bene ciò di cui sta parlando. E’ una sorta di indagine (ora, se siete un medico, siete esperti in indagini, invece se tu che stai leggendo sei un parente o un amico e per mestiere non fai l’investigatore forse dovrai prepararti un po’, pensarci, riflettere su quanto già sai per trasformare queste informazioni in domanda).

Il vostro obiettivo in questa fase è fammi capire bene! Quindi non abbiate troppa fretta di concluderla.

La seconda fase può essere chiamata di stimolazione e consiste nel cambiare genere di domande ed ha come obiettivo quello di accompagnare la persona ad accorgersi di quanto tempo prezioso sta concedendo alla sua ansia.

Le domande possono essere quindi: “Quanto tempo le porta via questo problema in termini di tempo, energia, relazioni e denaro?”, “Quanto le costa avere questi disturbi?”, “Cosa sente sta perdendo per via di questi disturbi?”, “Cosa potrebbe avvenire se il problema non dovesse risolversi?”, “Cosa ha già provato a fare? A quali indagini diagnostiche si è già sottoposto? Cosa è successo? Cosa è emerso?”.

A questo punto cerchiamo di risollevare (apparentemente) l’altro per ciò che ha fatto fino ad ora, complimentandoci con lui per quanto ha già fatto, per i tentavi (probabilmente ripetuti) messi in atto… “peccato che però non hanno portato al risultato sperato. Quanto benessere, tempo di qualità stiamo (si stiamo e non sta, perché il primo non accusa il secondo si… e il nostro obiettivo non è accusare, ma aiutare l’altro a comprendere che il problema risiede altrove, non nel corpo) buttando via?”.

Solo a questo punto è opportuno offrire i riferimenti del vostro professionista di fiducia, solo ora, dopo che avete accompagnato il vostro paziente a revisionare il suo problema.

Buon lavoro! So che ce la potete fare!

Dott.ssa Elisabetta Gusmini

Psicologa Treviglio

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